Leve · colpi · strangolamenti · immobilizzazioni
Le tecniche del Judo
Il Judo non è solo proiezioni. A terra si studiano le immobilizzazioni, gli strangolamenti e le leve; nei Kata sopravvivono i colpi del vecchio Jujutsu. Ecco cosa sono, come si chiamano e perché si imparano con calma, una alla volta.
La mappa
Tre famiglie di tecniche
La classificazione del Kodokan divide le tecniche in tre grandi gruppi: Nage Waza, le proiezioni; Katame Waza, il controllo a terra; Atemi Waza, i colpi. Il Katame Waza a sua volta ha tre rami: Osaekomi Waza, le immobilizzazioni; Shime Waza, gli strangolamenti; Kansetsu Waza, le leve articolari.
I colpi e il controllo a terra il Judo li eredita dalla scuola Tenjin Shin'yo, quella del primo Maestro di Kano; le proiezioni dalla scuola Kito. Il lavoro a terra fu sistemato con cura dopo una lezione amara: nel 1900 gli allievi del Kodokan, imbattibili in piedi, furono portati a terra e sottomessi dai lottatori della scuola Fusen, specialisti del Ne Waza.
Nel Judo dei bambini si parte dalle cadute e dalle immobilizzazioni: leve e strangolamenti arrivano con l'età e con i gradi.
Nage Waza
Le proiezioni
Sono il gruppo più riconoscibile del Judo: portare l'avversario a terra dalla posizione in piedi, con controllo. Ogni proiezione si compone di tre momenti che si imparano separatamente e poi si fondono: kuzushi, lo squilibrio; tsukuri, l'entrata, cioè mettere il proprio corpo nella posizione giusta; kake, l'esecuzione. Senza il primo, il terzo diventa forza bruta — ed è esattamente ciò che il Judo insegna a non fare.
Le proiezioni si dividono in due grandi rami. Tachi Waza, in piedi, dove chi esegue resta in piedi; e Sutemi Waza, le tecniche di sacrificio, dove chi esegue si lascia cadere per proiettare. Il Tachi Waza si ordina a sua volta secondo la parte del corpo che lavora: Te Waza (braccia), Koshi Waza (anca), Ashi Waza (gambe e piedi).

Tori entra sotto il baricentro di Uke, gli carica il braccio sulla spalla e lo proietta in avanti. È la tecnica-simbolo di chi è più basso dell'avversario: si vince stando sotto, non sopra.

L'anca di Tori entra sotto quella di Uke e diventa il perno su cui ruota. La prima proiezione d'anca che si insegna: fa capire con il corpo che cosa sia una leva.

Come O Goshi, ma la gamba di Tori spazza via quella di Uke mentre l'anca lo carica. Due azioni in una: la ragione per cui si impara dopo.

Tori non carica: piazza la gamba come un ostacolo e ruota il corpo di Uke oltre di essa. È tutta questione di tempo e di direzione, quasi nulla di forza.

Si spazza il piede di Uke nell'istante esatto in cui è scarico, mentre cammina. Sembra la più semplice e resta per anni la più difficile: vive solo nel tempismo.
Tori si lascia cadere all'indietro, appoggia il piede sul ventre di Uke e lo fa volare oltre la propria testa. Il sacrificio come strategia: si perde la posizione per guadagnare la proiezione.
Il Kodokan ne ha classificate sessantotto, ordinate nel Gokyo, i «cinque insegnamenti»: cinque gruppi in ordine di difficoltà, che accompagnano il judoka dalla cintura bianca in avanti. Il primo Gokyo risale al 1895 — ed è la lista in cui compare lo Yama Arashi di Shiro Saigo.
Immagini delle proiezioni: Michael Hultström, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0 · Tomoe Nage: Jdcollins13, CC BY-SA 3.0.
Osaekomi Waza
Le immobilizzazioni
Tenere l'avversario con la schiena a terra, senza che riesca a liberarsi: trenta secondi, secondo i regolamenti attuali, e l'incontro è vinto. La fisica è semplice: l'unica forza in gioco è la gravità, il peso di chi sta sopra scaricato sul torace di chi sta sotto. Il Maestro Mifune le divise in quattro sistemi: a fascia (kesa), sui quattro punti (shiho), fluttuanti (uki) e a triangolo (sankaku).

Il primo controllo che si impara: Tori si siede di fianco a Uke, gli blocca il braccio sotto l'ascella e gli avvolge il collo. La superficie di contatto è piccola, quindi la pressione è grande.

Il braccio di Uke viene spinto contro il suo stesso collo e bloccato con la testa di Tori. Una posizione di passaggio frequente, perché nasce dal tentativo di fuga dal kesa.

Tori è perpendicolare a Uke, il petto sul suo petto, e controlla collo e gamba. Più superficie, meno pressione, ma nessuna via di fuga.

Tori controlla dalla testa, le braccia sotto le spalle di Uke, afferrando la cintura. Il punto da tenere sono le spalle: è da lì che Uke prova a creare spazio.

Tori è sopra, a cavalcioni, e chiude il busto di Uke con il proprio. Con le varianti kuzure, «rotte», le immobilizzazioni del Kodokan sono undici.

Le gambe di Tori si incrociano dietro la testa di Uke e formano un triangolo che ne blocca testa e braccio. Da quella stessa presa nascono anche strangolamenti e leve: per questo si parla di sankaku waza, una famiglia intera.
Chi sta sotto ha due strade: opporsi alla pressione facendo il ponte, oppure creare un momento di rotazione e girarsi. Si studiano insieme: un'immobilizzazione si capisce davvero solo provando a uscirne.
«Supponiamo che la forza di quest'uomo sia 10 e la mia, inferiore, sia 7. Se mi spinge con tutta la sua forza, sarò spinto indietro o atterrato. Ma se invece di oppormi cedo, ritirando il corpo quanto lui spinge e tenendo l'equilibrio, lui si sbilancerà in avanti.»Jigoro Kano · traduzione nostra
Shime Waza
Gli strangolamenti
Nel lavoro a terra sono la via più rapida alla vittoria, e la più delicata. Le fonti distinguono lo strangolamento, che chiude le arterie del collo, dallo strozzamento, che comprime la trachea. Gli studi del Kodokan sugli effetti fisiologici lo hanno misurato: nessun soggetto ha perso conoscenza per strozzamento, tutti per strangolamento, per la mancata ossigenazione del cervello. Per questo la regola è una sola: al primo segno di resa si lascia, subito.
Gli stessi studi avvertono che è pericoloso praticarli sui ragazzi, perché cuore e sistema nervoso non hanno finito di svilupparsi: al Dojo gli strangolamenti si imparano da grandi.

Le mani afferrano i baveri in croce, una con il palmo in su e una in giù, e chiudono sui lati del collo. Con nami e Gyaku Juji forma la famiglia delle croci: la prima che si studia.

Senza usare il judogi: l'avambraccio da dietro, sul collo. È uno strozzamento, e negli studi del Kodokan nessuno è svenuto subendolo.

Da dietro, una mano fa scorrere il bavero sul collo mentre l'altra tira il bavero opposto. Con Kata Ha Jime e Sankaku Jime, il triangolo con le gambe, chiude l'elenco dei più studiati.
Quattro regole per uno strangolamento corretto, da Sacripanti: controllare prima tutto il corpo di Uke · mani rigide · conservare la posizione che permette la tecnica · usare solo la superficie minima delle mani necessaria.
Kansetsu Waza
Le leve articolari
La nomenclatura giapponese conosce leve al collo, al polso, alle dita, alle anche, alle ginocchia, alle caviglie, alla colonna. In gara e in allenamento il Judo ne ammette una sola: al gomito (Ude Waza). Il motivo è la sicurezza: le fasce muscolari del braccio danno a Uke il tempo di sentire il dolore, che fa da segnale, e di arrendersi battendo la mano.
Due meccanismi: l'iperestensione del braccio (Ude Hishigi) e la torsione (Ude Garami), che deve sempre interessare il gomito prima della spalla.
Tori è steso perpendicolare a Uke, le gambe sul suo petto, e tende il braccio contro il proprio bacino. La leva più classica del Judo.
Il braccio di Uke piegato a L e avvolto da quello di Tori, che ruota l'avambraccio verso l'esterno. Il Kodokan non ne classifica le varianti: «infiniti modi di applicarla».
Il gomito di Uke si tende contro l'addome di Tori. Con Ude Gatame, Waki Gatame e Hiza Gatame completa il gruppo delle iperestensioni: cambia solo la parte del corpo che fa da fulcro.
Atemi Waza
I colpi
Il Judo li ha ereditati dalla Tenjin Shin'yo Ryu e li ha conservati nei Kata, non nel combattimento libero. Nel Kodokan Goshin Jutsu, il Kata di autodifesa, ogni attacco si risolve con un colpo accompagnato dal kiai: pugno al plesso solare (suigetsu), taglio della mano alla tempia (kasumi), ginocchio. Il fondatore della Tenjin Shin'yo, Matauemon, dopo molti combattimenti reali capì l'importanza degli atemi per ottenere «la vera vittoria»: vincere salvando la vita dell'avversario.
Uke afferra entrambi i polsi (Ryote Dori): è una delle situazioni di partenza del Kata. Nei Kata il colpo è studiato in forma, con il controllo, mai a contatto pieno.
Il colpo serve a creare lo squilibrio; la conclusione è quasi sempre una leva al braccio. È la logica di tutto il Judo: non opporre forza a forza, ma usare la forza dell'altro.
Disegni delle tecniche: Judcosta, CC BY-SA 3.0/4.0 (Wikimedia Commons).
Ukemi
Le cadute, cioè la prima cosa
Prima di imparare a proiettare si impara a cadere. Non è un preliminare noioso: è la tecnica che rende possibile tutto il resto, perché permette di provare davvero, con un compagno che collabora ma non finge. Si impara a distribuire l'urto sul terreno, a battere il braccio, a proteggere la testa — indietro (ushiro ukemi), di fianco (yoko ukemi), in avanti rotolando (mae mawari ukemi).
È anche la parte del Judo che serve di più fuori dalla palestra, e a ogni età: chi ha imparato a cadere da bambino se lo ricorda a settant'anni, sul ghiaccio o sulle scale. Nel corso dei bambini è il punto di partenza, insieme al gioco.
Kata e Randori
La forma e la lotta
Le tecniche si studiano in due modi complementari, e il Judo ha bisogno di entrambi. Il Kata è la forma: una sequenza fissata, eseguita con un compagno secondo un ordine preciso, dove ogni dettaglio ha una ragione. È la grammatica della disciplina, ed è anche il modo in cui il Judo ha conservato per un secolo e mezzo tecniche che nel combattimento sportivo non si usano più.
Il Randori è l'esercizio libero: due judoka si affrontano davvero, cercando ciascuno la propria tecnica. Non è una gara — non c'è un punteggio che conti — ma è lì che si scopre se ciò che si è studiato funziona anche quando l'altro non collabora. Jigoro Kano costruì il Judo proprio attorno a questa possibilità: togliendo dalla pratica libera le tecniche più pericolose, rese il randori praticabile in sicurezza, e con esso un allenamento realistico.
Ai due si affiancano il Mondo, il dialogo fra Maestro e allievo, e il Kogi, la lezione parlata: nel Kodokan sono considerati pilastri dell'insegnamento quanto la pratica sul tatami.
I Kata studiati al nostro Dojo compaiono nella pagina del Judo; il glossario raccoglie le parole che si sentono in palestra.
Parole dei Maestri
Perché si chiama «via della cedevolezza»
«Studiai il Jujitsu non solo perché lo trovavo interessante, ma anche perché lo ritenevo il metodo più efficace per l'educazione sia del corpo che dello spirito.»Jigoro Kano
«La massima efficacia nell'utilizzazione dello spirito e del corpo. A questo principio universale ho dato il nome di Judo.»Jigoro Kano
«Ju yo ku go wo seisu: la cedevolezza controlla la forza.»Antica massima del Jujutsu
«Se l'avversario spinge, occorre ruotare; se invece tira, occorrerà procedere verso di lui in direzione diagonale.»Kyuzo Mifune, 10° dan
«L'uomo superiore è accondiscendente, ju, ma non ciecamente arrendevole.»Confucio, citato da Roberto Imparato
«L'azione per effettuare la proiezione dovrebbe essere una continua linea curva.»Gunji Koizumi, 8° dan
Fonti, nell'archivio del Dojo: Attilio Sacripanti, Biomeccanica del Judo · Storia e tecniche di Judo · Roberto Imparato, Jigoro Kano e il Judo Kodokan · Manuale del Kodokan Goshin Jutsu · Amici del Judo, Approfondimenti tecnici · Kyokushin Budo Kai, The Ultimate Beginners Guide.
Si imparano sul tatami, non sullo schermo
La prima lezione è di prova.
Vieni a provare I Grandi Maestri