Il nostro nome · Giappone, 1866–1922
Chi era Shiro Saigo
Nel 1883, con Tsunejiro Tomita, fu il primo a cingere la cintura nera del Kodokan. Minuto di corporatura e imbattibile sul tatami: l'uomo che dimostrò che la tecnica e lo spirito superano la forza.

L'allievo prediletto
Il primo a ricevere la cintura nera
È stato uno dei primi allievi di Jigoro Kano, il fondatore del Judo, e il primo a cui sia stata data la cintura nera di Judo.
Nato Shiro Shida il 4 febbraio 1866 a Wakamatsu di Aizu, terzo figlio della famiglia Shida, fu adottato da Saigo Tanomo Chikamasa, alto dignitario e consigliere del clan Aizu, uno dei clan maggiori del Giappone.
«Kano aveva assolutamente proibito di accettare questo tipo di sfida, ma Shiro Saigo volle comunque accettarla, e la fortuna arrise al Judo Kodokan.»Dalla storia del Kodokan, 1884
La leggenda
La sfida che fece la storia del Judo
Nel 1884 tre Maestri di Jujutsu si presentarono al Dojo di Kano per «distruggerlo», secondo l'antica usanza del Dojo-yaburi: Saigo accettò la sfida, e vinse. Due anni dopo, nel 1886, divenne famoso per l'incontro presso il Dojo della Polizia Metropolitana di Tokyo, la «Grande Dimostrazione delle Arti Marziali» voluta dal Prefetto di Polizia, dove il Judo Kodokan sfidò le esistenti scuole di Jujutsu dimostrando la validità del metodo sul campo.
Shiro Saigo entrò nella leggenda vincendo un avversario fisicamente di molto superiore con la sua famosa tecnica Yama Arashi, la tempesta sulla montagna. Dopo quella vittoria Kano fu incaricato di addestrare la polizia di Tokyo.
Durante uno dei viaggi all'estero di Jigoro Kano, Shiro Saigo lasciò il Kodokan, continuò la sua ricerca e divenne sesto dan nell'arte del kyudo, il tiro con l'arco.
Al cinema
Il film con cui esordì Akira Kurosawa
Nel 1943 un regista giapponese di trentatré anni, fino ad allora aiuto regista, ottenne di dirigere il suo primo film. Si chiamava Akira Kurosawa, sarebbe diventato uno dei più grandi registi del secolo, e il film era la storia di un ragazzo di provincia che arriva in città per imparare il Jujutsu e finisce per incontrare il Judo: Sugata Sanshiro, uscito nelle sale il 25 marzo 1943.
Kurosawa lo trasse dal romanzo omonimo di Tsuneo Tomita, pubblicato l'anno prima — e non è un caso che portasse quel cognome: Tsuneo era figlio di Tsunejiro Tomita, il compagno di allenamenti con cui Shiro Saigo cinse la cintura nera nel 1883. Il romanzo è quello che i francesi chiamano un roman à clef, un racconto con le chiavi: sotto i nomi inventati ci sono persone vere. Il protagonista Sanshiro Sugata è modellato su Shiro Saigo, e il suo Maestro Shogoro Yano su Jigoro Kano.
Il film non racconta però la vita di Saigo: ne prende lo spirito e ne inventa la vicenda. È il modo in cui il Judo, appena sessant'anni dopo la sua nascita, era già diventato una storia da raccontare — quella di chi vince senza essere il più forte.
La sua storia sullo schermo somiglia a quella sul tatami. Nel 1944 la censura di guerra ne tagliò diciotto minuti, senza consultare il regista; nella riedizione del 1952 le scene mancanti erano sostituite da didascalie che raccontavano a parole ciò che si era perduto. Negli anni Novanta parte della pellicola fu ritrovata negli archivi di stato russi a Mosca. Nel maggio del 2026, al Festival di Cannes, è stato presentato il restauro in 4K con dodici minuti recuperati: il film completo del 1943, però, non esiste più.
Kurosawa ne diresse anche il seguito nel 1945, e nel 1965 ne curò un rifacimento come produttore e sceneggiatore, con Toshiro Mifune nel ruolo del Maestro.
La scuola del padre
Daito-ryu Aikijujutsu
Da suo padre adottivo Shiro apprese l'arte del Daito-ryu Aikijujutsu, la scuola del clan Aizu: sostanzialmente il capostipite dell'aikido e del Jujutsu. Secondo la tradizione è a Saigo Tanomo che si deve la tecnica dello Yama Arashi, e sarebbe da quella scuola che Shiro la portò sul tatami del Kodokan.
Gli storici discutono quanto ci sia di vero: lo Yama Arashi compare fra le tecniche del Judo Kodokan fin dal primo Gokyo del 1895, e dopo Saigo quasi nessuno fu più in grado di eseguirlo. Quel che è certo è che in lui due vie si incontrarono — e che un uomo piccolo seppe usarle contro avversari molto più grandi.
Non abbiamo scelto un modello di perfezione, ma un uomo che seppe lottare.
Per questo il Dojo porta il suo nomeCi piace pensare che la sua via continui sul nostro tatami
Ogni allenamento al Dojo è un piccolo omaggio alla sua idea: la tecnica e lo spirito contano più della forza. La sua storia si intreccia con quella del Judo: leggila qui, e trova Saigo accanto a Kano, Tomita e Mifune fra i grandi Maestri.
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